“Decreto Semplificazioni” e modifiche al reato di abuso d’ufficio

Il D.L. 16 luglio 2020, recante “*Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale”* è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 178 del 16 luglio 2020, suppl. ord. n. 24.
Si tratta di un provvedimento volto a realizzare una riduzione degli adempimenti burocratici e una velocizzazione delle procedure in materia di *appalti pubblici* e di *edilizia*, nonché una maggiore digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.

L’art. 23 del decreto legge introduce una modifica all’art. 323 del codice penale in tema di *abuso d’ufficio.*
Come noto, quest’ultima norma punisce con la pena della reclusione da 1 a 4 anni il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che *intenzionalmente, nello svolgimento delle proprie funzioni, procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale o arreca ad altri un danno ingiusto, in violazione della legge.*
*Si tratta di un reato proprio (che può essere commesso solo da un soggetto qualificato come pubblico *ufficiale o incaricato di pubblico servizio) volto a tutelare l’imparzialità, l’efficienza, il buon andamento e la trasparenza della Pubblica Amministrazione.

Con il “D.L. Semplificazioni” il Governo ha inteso *specificare meglio **gli ambiti di responsabilità** dei funzionari pubblici* al fine di *ra**sserenarli e di spingerli ad agire per facilitare la ripresa del paese **dopo l’emergenza sanitaria.*

Secondo il testo precedente dell’art. 323 c.p., infatti, il delitto si configurava qualora l’autore del fatto avesse agito *“**in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti”: **formula troppo ampia* e generica, che spesso nei fatti spingeva i pubblici ufficiali a non assumere iniziative, per paura di incorrere in responsabilità.
Il Governo ha voluto definire in maniera più chiara e precisa le condotte vietate ed eliminare i margini di discrezionalità, così da *favorire la trasparenza dei procedimenti e dare slancio all’operatività dei funzionari diligenti*.

Conseguentemente la dicitura “*in violazione di norme di legge o di regolamento” **è stata sostituita da* “*in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità”**.*
Alcuni commentatori hanno già manifestato perplessità sul rischio di un’eccessiva riduzione di responsabilità che la norma, così come modificata, comporterà per i funzionari pubblici.
Dovremo attendere la Legge di conversione per scoprire se in tale sede il testo resterà invariato o saranno apportate delle modifiche.

Il c.d. “scudo penale” è legge: limitata la responsabilità del datore di lavoro in caso di contagio

La legge n. 40 del 5.6.20, nel convertire il D.L. n. 23 dell’8.4.20, ha introdotto l’*art. 29 bis*, ai sensi del quale “*ai fini della tutela contro il rischio di contagio da Covid-19, i datori di lavoro pubblici e privati adempiono all’obbligo di cui all’articolo 2087 del codice civile mediante l’applicazione delle prescrizioni contenute nel protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 tra il Governo e le parti sociali, e successive modificazioni e integrazioni, e negli altri protocolli e linee guida di cui all’articolo 1, comma 14, del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33, nonché mediante l’adozione e il mantenimento delle misure ivi previste. Qualora non trovino applicazione le predette prescrizioni rilevano le misure contenute nei protocolli o accordi di settore stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale*”.

Si è voluto in tal modo rispondere all’esigenza, sollevata da più parti nelle scorse settimane, di fornire maggiori certezze al datore di lavoro, fornendogli un elenco chiaro degli obblighi cui deve adempiere.
Viene di fatto – se non eliminata – assai ridimensionata la portata di quella clausola generale (l’art. 2087 c.c.) che, allargando in maniera indefinita la responsabilità del datore, avrebbe rischiato di frenare bruscamente il ritorno alla normale produttività delle imprese nella fase 3.

Già la circolare Inail n. 22 del 20.5.20 aveva precisato che “*la responsabilita**̀** del datore di lavoro e**̀** ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del decreto legge 16 maggio 2020, n.33*” e che inoltre “*il riconoscimento del diritto alle prestazioni da parte dell’Istituto non puo**̀** assumere rilievo per sostenere l’accusa in sede penale, considerata la vigenza del principio di presunzione di innocenza nonché dell’onere della prova a carico del pubblico ministero. Cosi**̀** come neanche in sede civile l’ammissione a tutela assicurativa di un evento di contagio potrebbe rilevare ai fini del riconoscimento della responsabilita**̀** civile del datore di lavoro, tenuto conto che e**̀** sempre necessario l’accertamento della colpa di quest’ultimo nella determinazione dell’evento*”.

Appare significativo tuttavia che tali concetti siano stati inseriti in un atto avente *rango di legge*.

In realtà la locuzione “scudo penale” appare impropria, posto che ovviamente la responsabilità penale del datore non viene affatto eliminata: semplicemente viene *fissata la misura della diligenza richiesta al datore, mediante misure preventive condivise e frutto della migliore scienza ed esperienza del momento.*

*Pertanto *il datore di lavoro che abbia adempiuto agli obblighi contenuti nei protocolli e nelle linee guida adempie automaticamente anche all’art. 2087 c.c. e non potrà essergli contestato alcun reato qualora – ciononostante – si verifichi un contagio sul posto di lavoro.
Attenzione, tuttavia: la norma prevede che il datore non debba solo *attuare* le misure previste nei protocolli, ma anche *mantenerle*, il che comporta l’obbligo di eseguire tutte le operazioni necessarie a renderle *effettive* nel caso concreto (ad es. mediante la manutenzione della strumentazione, il controllo sul rispetto da parte dei lavoratori delle prescrizioni previste, ecc.). In pratica resta uno spiraglio residuo di colpa generica, probabilmente ineliminabile, stante la necessità di adeguare pur sempre le prescrizioni alle particolarità del caso concreto.