Morti nelle RSA: quali reati sono configurabili?

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Le cronache degli ultimi giorni narrano i tragici fatti avvenuti nelle Residenze Sanitarie Assistenziali di buona parte del territorio nazionale: le infezioni per Coronavirus si sono diffuse a livelli incontrollabili, causando la morte di migliaia di anziani. In Europa si stima che i morti nelle strutture per anziani costituirebbero quasi la metà dei decessi complessivi!

A seguito delle denunce di familiari e del personale delle stesse strutture, diverse Procure in tutta Italia stanno indagando per valutare se ci siano responsabilità penali.

In particolare, occorrerà verificare se siano stati utilizzati adeguatamente i dispositivi di protezione individuale, si siano applicate correttamente circolari ministeriali e regionali e, in generale, siano state adottate tutte le cautele necessarie in una situazione di emergenza sanitaria. Desta perplessità, ad esempio, la circostanza che la Regione Lombardia abbia deciso, per alleggerire la pressione sugli ospedali, di far ricoverare alcuni malati di Covid 19 proprio nelle RSA: ciò potrebbe aver contribuito in maniera decisiva al diffondersi del contagio che, a causa della fascia d’età dei soggetti ricoverati, si è poi tradotto in una vera e propria ecatombe.

Le indagini delle Procure si starebbero concentrando su due ipotesi di reato: omicidio colposo ed epidemia colposa.

Nulla da dire quanto al primo reato: bisognerà verificare se le morti avvenute nelle strutture per anziani siano ascrivibili a un comportamento (dei sanitari e/o dei dirigenti delle RSA) caratterizzato da negligenza, imprudenza, imperizia oppure dal mancato rispetto di leggi, regolamenti ordini o discipline. Ovviamente le contestazioni riguarderebbero condotte omissive. Come noto infatti, il fatto penalmente derivante può derivare da un’azione o da un’omissione: in quest’ultimo caso trova applicazione l’art. 40 comma 2 c.p., il quale stabilisce che non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo.

Non tutti i reati possono configurarsi come omissivi: l’omicidio colposo sicuramente sì.

Nel caso di specie i sanitari e i dirigenti delle case di cura ricoprono una posizione di garanzia nei confronti dei pazienti e hanno dunque l’obbligo di tutelarne la salute e impedirne la morte. Qualora non abbiano adempiuto ai necessari accorgimenti per evitare i decessi e questi ultimi siano stati conseguenza proprio del loro comportamento colposo omissivo, essi risponderanno appunto di omicidio colposo.

Con riferimento invece al reato di epidemia colposa, desta perplessità l’applicazione di tale fattispecie crimonosa ai fatti di cui si discute.

L’art. 452 c.p. punisce con la reclusione da 1 a 5 anni chi colposamente causa un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni. In realtà però la predetta disposizione è difficilmente applicabile nel caso di specie: essa è stata prevista per punire non il contagio individuale, bensì la diffusione su larga scala di colture di agenti patogeni. Secondo la giurisprudenza prevalente si tratterebbe di un reato a forma vincolata, che si configurerebbe quando l’autore del fatto, nel possesso fisico di germi patogeni, colposamente li diffonda, così provocando il contagio rapido e incontrolalto di moltissimi soggetti: tale reato non sarebbe invece configurabile con il semplice contagio umano mediante contatto fisico.

Inoltre, secondo la Cassazione, la responsabilità per il reato di epidemia colposa non è configurabile a titolo di omissione, in quanto la locuzione “mediante la diffusione di germi patogeni” richiede una condotta commissiva a forma vincolata, incompatibile con il disposto del sopra citato art. 40 comma 2 c.p.

 

Coronavirus: possibili implicazioni nella responsabilità amministrativa degli enti ex D.L.gs. 231/01

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L’inarrestabile capacità di diffusione del Coronavirus espone a potenziali rischi non solo la collettività ma anche le società nella loro qualità di enti con personalità giuridica.

La prevenzione ed il rispetto delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro assumono, oggi più che mai, un rilievo primario, anche ai fini della salvaguardia della continuità dell’attività di impresa.

Nell’ipotesi in cui il contagio si diffonda nell’ambiente di lavoro, infatti, potrebbe configurarsi:

  • per un verso, una responsabilità penale del datore di lavoro (ed eventualmente dei dirigenti, dei preposti e del RSPP) per i reati di cui agli artt. 589 e 590 del Codice penale (lesioni personali colpose o omicidio colposo, in entrambi i casi con l’aggravante della violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro);
  • per altro verso, una responsabilità della società ex D. Lgs. 231/2001.

 

Come noto, il D.Lgs. 231/01 ha introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento la responsabilità amministrativa degli Enti: si tratta di un particolare regime di responsabilità a carico delle persone giuridiche, aggiuntiva ed autonoma rispetto alla responsabilità penale dell’autore materiale del fatto.

In buona sostanza, la persona giuridica può essere rispondere penalmente qualora un soggetto apicale (o un soggetto da questo dipendente) commetta un “reato presupposto” (ricompreso nel catalogo di cui al D.Lgs. n. 231/01) nell’interesse o a vantaggio dell’Ente.

In questi casi l’Ente potrà evitare una condanna solo qualora risulti:

  • che abbia adottato ed efficacemente attuato un Modello di organizzazione e gestione idoneo alla prevenzione di quel reato;
  • che abbia nominato un Organismo di Vigilanza incaricato di controllare la corretta applicazione del Modello;
  • che l’autore del reato sia riuscito a commetterlo eludendo fraudolentemente il Modello;
  • che non vi sia stato omesso o insufficiente controllo da parte dell’Organismo di Vigilanza.

 

Orbene, tra i c.d. reati presupposto, l’art. 25 septies D.Lgs 231/01 prevede le fattispecie di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

Conseguentemente, qualora il contagio da Covid-19 porti alla morte o a lesioni gravi o gravissime di un proprio dipendente a causa del mancato rispetto delle norme previste in tema di sicurezza sul lavoro, non ne risponderebbe solo il datore di lavoro personalmente, ma anche la stessa società ex D.Lgs. 231/01, con sanzioni pecuniarie e interdittive.

Dotarsi di Modelli 231, adottare specifici protocolli di sicurezza anti-contagio, fornire idonei dispositivi di sicurezza individuali ed attenersi alle norme comportamentali definite nei recenti protocolli di intesa tra imprese e parti sindacali, in questo specifico periodo di emergenza sanitaria, serve dunque a salvaguardare non solo la salute dei lavoratori, ma anche il patrimonio e l’attività dell’impresa. 

Il dramma delle vittime di violenza domestica durante la quarantena

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Tutti noi stiamo vivendo un periodo di forte apprensione a causa dell’emergenza Coronavirus e della reclusione forzata presso le nostre abitazioni.

C’è tuttavia una categoria di persone che comprensibilmente vive questo momento con particolare angoscia: le donne vittime di maltrattamenti.

Aumenta infatti inevitabilmente il tempo da trascorrere insieme agli autori delle violenze (di solito i partner), soggetti che già abitualmente cercano qualsiasi pretesto per scaricare sulle donne la propria rabbia e che, in questo momento di particolare frustrazione, molto probabilmente saranno ancora più irascibili del solito.

Anche la Ministra delle Pari Opportunità Prof.ssa Elena Bonetti ha espresso preoccupazione per la sorte di queste donne, esposte 24 ore su 24 alle violenze dei propri aguzzini.

Paradossalmente proprio in questo periodo si segnala un calo nelle richieste d’aiuto al Telefono Rosa, ma ciò è dovuto purtroppo alla maggiore difficoltà che hanno le donne ad effettuare telefonate, a causa della costante presenza del marito in casa.

Le donne che chiamano lo fanno perché sono davvero disperate, magari mentre sono in bagno oppure approfittando del momento in cui l’uomo esce a fare la spesa.

Ricordiamo che il numero da chiamare è il 1522 ed è sempre attivo.

Inoltre, qualora si abbiano difficoltà ad effettuare telefonate, è possibile utilizzare delle apposite App con le quali contattare un operatore in modo facile e intuitivo con un solo click:

  • 1522: applicazione creata ad hoc dal Dipartimento per le Pari Opporunità della Presidenza del Consiglio per i casi di stalking e violenza;
  • YouPol: applicazione realizzata dalla Polizia di Stato per segnalare episodi di spaccio e bullismo, il cui utilizzo è stato ora esteso anche ai reati di violenza domestica.

Una delle più diffuse preoccupazioni per le donne vittime di maltrattamenti è quella di non poter sostenere le spese legali a seguito della eventuale denuncia verso il partner violento.

Ebbene, in primis è opportuno ricordare che chiunque ha diritto al patrocinio a spese dello Stato in qualsiasi procedimento penale o civile purchè il reddito annuo del nucleo familiare sia inferiore ad Euro 11.493,82.

Inoltre, per alcune categorie di reati (fra cui maltrattamenti, stalking, violenza sessuale, ecc.) è previsto il patrocinio a spese dello Stato a prescindere dal reddito dell’avente diritto: le spese legali per il procedimento penale in cui la donna si costituisce parte civile saranno corrisposti dallo Stato.

Infine, in alcune Regioni italiane, fra cui Piemonte e Lombardia, è previsto un Fondo Regionale per le donne vittime di violenza che copre altresì i costi per eventuali cause civili (separazione, divorzio, ordini di protezione, affidamento e mantenimento dei figli, recupero forzoso delle somme dovute per il mantenimento, ecc.).

Per poter beneficiare dell’una o dell’altra agevolazione (patrocinio a spese dello Stato o Fondo Regionale) bisognerà solo prestare attenzione alla scelta del difensore, il quale dovrà essere iscritto nella relativa lista tenuta da ciascun Ordine degli Avvocati.