Contagio da Covid-19 sul posto di lavoro: possibili profili penali

Gli operatori del diritto erano già giunti a tale conclusione in via interpretativa, ma il c.d. Decreto Cura Italia lo ha scritto nero su bianco: il contagio da Coronavirus è un infortunio sul lavoro a tutti gli effetti.
Ne consegue che, laddove ve ne siano i presupposti, il datore di lavoro potrebbe incorrere in una responsabilità penale per il reato di lesioni colpose o di omicidio colposo (a seconda dell’esito della malattia), entrambi aggravati dalla violazione di norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro (rispettivamente, art. 590 comma 3 e art. 589 comma 2 cod. pen.).

Per ottenere la condanna del datore di lavoro, il Pubblico Ministero (sul quale nel processo incombe l’onere della prova) dovrà dimostrare la presenza di due requisiti:

1) la condotta colposa del datore di lavoro;
2) il nesso causale tra tale condotta e l’evento lesivo.

Quanto al primo punto, preme ricordare che la condotta del datore può consistere sia in un’azione che in una omissione (ben più frequente, in caso di infortuni sul lavoro) e che esistono due tipologie di colpa:
– la colpa specifica, derivante dalla violazione di leggi, regolamenti, ordini o discipline;
– la colpa generica, caratterizzata da negligenza, imprudenza o imperizia.
In buona sostanza, per essere esente da responsabilità, è necessario (ma non sufficiente) che il datore di lavoro rispetti le prescrizioni imposte dalla normativa vigente.
Qualora non ottemperi, ad esempio, a quanto stabilito dal D.Lgs. 81/08, dalle leggi regionali o dai protocolli, egli sarà sottoposto a sanzioni anche penali, a prescindere dall’effettivo contagio di un proprio dipendente (qualora invece il contagio si verifichi, alle predette sanzioni potrebbe poi aggiungersi una responsabilità, ben più grave, per lesioni colpose o omicidio colposo).
Tuttavia, oltre agli obblighi espressamente previsti, il datore di lavoro è tenuto ad adottare, ai sensi dell’art. 2087 cod. civ., tutte le misure che nel caso concreto si rendano necessarie a tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Dunque il rispetto delle previsioni normative non lo mette al riparo da qualsiasi contestazione.
Passando al secondo presupposto (il nesso causale), esso sussiste qualora sia provato che è stata la condotta colposa del datore di lavoro a determinare l’infortunio del lavoratore.
In particolare, in tema Covid-19, risulterà determinante accertare che il contagio sia avvenuto proprio sul posto di lavoro.
Non vi è ovviamente ancora una casistica esaminata dalla giurisprudenza, ma viene da pensare che, contrariamente al presupposto della colpa – dove per l’Accusa è relativamente semplice dimostrare che vi è stata una falla nelle procedure aziendali in tema di salute e sicurezza (la valutazione viene effettuata ex post, a seguito del verificarsi di un infortunio, dunque è facile sostenere che dovevano essere adottate misure più stringenti!) – in relazione al nesso causale, dovrebbe risultare più difficile per il Pubblico Ministero fornire la prova oltre ogni ragionevole dubbio sulla circostanza che il lavoratore sia stato contagiato sul posto di lavoro e non altrove (al netto di situazioni estreme, quali quelle degli operatori sanitari). Ciò in considerazione sia del lasso di tempo (da 2 a 14 giorni) intercorrente fra il contagio e il manifestarsi dei primi sintomi, sia della possibilità (tutt’altro che remota) che in tale arco temporale il lavoratore sia entrato in contatto con altre fonti di contagio.